Non è nulla, sono qui, ci sono sempre (Arthur Rimbaud, “Vertigine”)

martedì 10 aprile 2012

PAROLE - BOZZETTI - LA BAMBINA : Scale e fughe (5)

Era un corridoio lunghissimo.

No, dire corridoio non rende l’idea: era un salone di cui non si intravvedeva la fine, un percorso a ostacoli invisibili, una selva spoglia, un labirinto lineare, un gorgo, un antro, un pozzo. Un incubo.
Eppure era solo un largo, spazioso, immenso, eterno corridoio lunghissimo, che la bambina ogni giorno percorreva, abbandonata a sé e alle sue misere armi di sopravvivenza.

Per arrivare a quel corridoio lunghissimo, doveva ogni giorno affrontare una  ben più lunga strada, la manina umida di angoscia abbrancata a quella rugosa del nonno, che nell’altra reggeva – in vece della nipotina - la cartella rettangolare, gonfia di quaderni, astucci e sussidiari.
A volte la bambina chiacchierava, domandava, inquisiva, pontificava – persino! – conscia com’era di essere la piccola dea di quell’uomo anziano che pendeva dalle sue labbra, che si addormentava sfinito dal continuo leggerle fiabe nelle interminabili giornate di febbri infantili, che la accompagnava ai giardinetti e la osservava giocare in disparte, che le confidava ricordi belli e brutti di lavoro e vita, di treni disegnati e guerre subìte, di amici perduti e animali trovati, di neonati morti e spose poco amate, che le insegnava a fischiare, modulando il fiato con arte sopraffina, le canzonette della sua gioventù.
Altre volte, più spesso, il viso aggrondato, il labbro inferiore sporgente, si lasciava invece trascinare dal nonno in silenzio, già immaginando le beffarde domande (“Non viene mai tuo padre a prenderti?” “Non fai mai una festa di compleanno?” “Perché non inviti mai nessuno a casa tua?”) e le cantilenanti derisioni delle compagne (“Sei brutta, sei grassa, non sai correre, non sai fare le capriole, hai vestiti ridicoli, alla mia festa non vieni”, prevedibili variazioni del consueto: “Non ti vogliamo”), nonché le perfide osservazioni delle suore (“Naturalmente, dove c’è scritto 'Firma del padre o di che ne fa le veci', farai firmare dalla mamma” “Alle prove della Comunione non occorre tu faccia venire i tuoi”) alle quali ormai aveva imparato a non rispondere, a far finta di nulla, a mostrare quel sembiante di indifferenza che pareva irritare ancor più le piccole o grandi persecutrici.
In quel silenzio contava i passi, osservava i piccioni, i fili d’erba tra le lastre del selciato, il pescatore incongruamente ignudo in mezzo a una fontana, alle prese con un pescespada dalla cui bocca zampillava l’acqua, le vetrine celate dalle saracinesche ancora abbassate, i rari passanti accigliati come lei.
Arrivava poi la salita, la prima che occorreva affrontare per arrampicarsi verso quel castello che dominava la cittadina e che ospitava la scuola delle suore dove era iscritta.
Quante volte il nonno le aveva raccontato che qui, proprio in quella strada che si inerpicava verso la parte alta di S., loro, i nonni giovani e una mamma bambina, in un tempo più felice – nonostante la guerra - avevano abitato in una casa che sempre le era stata descritta come lo scoglio da cui, povere ostriche, erano state strappate dalla marea della vita.
Ora, continuando a contare i passi ("mille e uno, mille e due, mille e tre.."), cercava con lo sguardo i suoi punti di riferimento che le confermavano il percorso: i due piccoli leoni di pietra che sorvegliavano un cortiletto, un cagnolino riccio dall’aspetto di una pecorella che portava a spasso una padrona tozza e senza collo, la carcassa di macchina abbandonata in cima alla salita, dietro cui le era capitato di nascondersi in un’urgenza di pipì da paura.
Quindi, dopo una curva, arrivava la parte più faticosa: la grande scalinata che portava al castello. Era ripida, larga, divisa in tre lunghe rampe, una che tagliava la collina in diagonale e le altre due che si arrampicavano in verticale. Quando c’era la mamma ad accompagnarla (capitava due o tre volte all’anno) era una festa: aveva più fiato del nonno e poteva canticchiare con lei una filastrocca che l’aiutava a salire quei gradini così faticosi. Ma al nonno, meschino, ci voleva tutta l’aria dei suoi poveri polmoni solo per sostenere quello sforzo immane; così alla bambina, nella muta fatica, si gonfiava il cervello di pensieri orribili, leniti solo dal piacere che le procurava comunque la prospettiva di imparare qualcosa di nuovo.
E poi, lasciato il nonno nell’atrio della scuola, ecco ancora una rampa: uno scalone di marmo che portava a un primo corridoio, illuminato dalla luce del giorno filtrata dai vetri colorati dei finestroni del castello. Altri tre gradini e un bivio: a destra, l’ennesima scala, questa dal meraviglioso corrimano di ferro battuto che si avvolgeva su se stessa in un’ampia curva e che portava i bimbi più grandi alle classi superiori; a sinistra, il corridoio dell’orrore.
Il nonno solitamente la faceva giungere a scuola ben prima del suono della campanella. La bambina si ritrovava così in perfetta solitudine ad attraversare quell’ultimo tratto che la separava dal più rassicurante corridoietto che si apriva sul fondo, a sinistra, rivestito di rasserenanti piastrelline verdi su cui si affacciavano le prime tre classi elementari.
Ai lati del maestoso corridoio correvano invece delle altissime scaffalature di legno scuro, dai ripiani velati da sottili griglie dalle maglie rade, dietro cui luccicavano gli occhi di vetro di centinaia di animali impagliati, che parevano tutti fissarla con la disperata violenza di chi è congelato nell’eternità della propria morte, senza l’oblio pietoso della smemoratezza del tempo, prigionieri dell’istante che ne aveva fermato la fuga e la salvezza. La bambina sentiva il suono dei propri tacchetti rimbombare in quel silenzio di non vita e le pareva che a dare il ritmo ai suoi passi fosse il battito martellante del suo cuore. Immaginava che quelle bestiole fossero stati bambini rimasti intrappolati in un incantesimo perverso delle suore, da una preghiera malvagia a un dio impietoso che respingeva, invece di accogliere. Bimbi come lei senza speranza, schiacciati da altrui volontà, gli occhi sbarrati eternamente a domandare perché, perché, perché, senza neppure più attendere una qualsiasi risposta.

Una mattina, si era appena affacciata sulla soglia di quel cerchio infernale, sentì - come se a farla partire fosse stato il primo timido passo del suo piedino – una vibrazione fortissima, un grappolo di suoni che precipitavano dall’alto, scanditi in un rimbombo che – le parve – oltre lei aveva fatto tremare anche l’aquila dalle ali spalancate che svettava sul ripiano più alto. E, dopo quelle, altre note che si inseguivano in un ritmo sempre più concitato, come il suo cuore impazzito, e che rimbalzavano da una parete all’altra e l’avvolgevano e la stregavano, in una confusione di timore e di bellezza. E ancora il canto e l’urlo, il soffio e il turbine di uno strumento nuovo, molto diverso dalla sonorità dolce del pianoforte che aveva a casa, “la voce di DIO!” si ritrovò a dirsi, soggiogata da quella musica che parlava a lei, proprio a lei, raccontandole della propria paura e disperazione, delle scale reali e metaforiche da salire e da scendere, del fuggire e del correre della mente tra angoli oscuri e sogni di luce solo intravista.

Ma mentre la bimba rimaneva immobile in quel corridoio, rapita, la cartella caduta, la bocca spalancata (chissà se in un primo presagio di inadeguatezza), ecco che la musica si spense improvvisamente in un gracchiare insensato: “Prova, prova.. Uno, due, tre.. Prova, prova..” .

Sì, la prova di quel modernissimo impianto di altoparlanti, che da quel momento in poi permise alla Molto Reverenda Madre Superiore di raggiungere in ogni angolo le sue pecorelle più o meno smarrite, era riuscita.


Era riuscita ad aprire un varco, a mostrare alla bambina una finalmente raggiunta via di fuga.

Una fuga di Bach.
Aglaja






domenica 8 aprile 2012

FIGURE - Implosioni


PAROLE - MARIONETTE - OSTENTATA MALALINGUA

L’APPUNTANASO

(gli appuntamenti di una ficcanaso perversa)

di Ostentata Malalingua

Ostentata Malalingua è laureata in Scienze della Comunicazione Carpita all’Università di Bagnacauda. Seminatrice di zizzania geneticamente modificata, sibilatrice di perfidie di alta classe, depositaria del brevetto dell’innovativo “diffusore di pettegolezzi per auto al mango”, la Dott.ssa Malalingua collabora all’Enciclopedia della Mistificazione ed è attualmente inviata del mensile “Denti a contatto”, la rivista dei Dentisti e Ottici che vogliono aggiornarsi.

Dall’ultimo numero di tale rivista, estraiamo l’intervista di Ostentata Malalingua al noto archeologo ed  esperto di culture mesopotamiche Prof. Giuseppe Potamo.


PIPPO NON LO SA

Il Prof. Giuseppe Potamo in tenuta da lavoro


Malalingua: Prof. Giuseppe..
 
Prof.Potamo: Mi chiami pure Pippo, signorina.

M.: Prof. Pippo Potamo, vuole spiegare ai nostri lettori come mai ci troviamo qui, su questa collinetta, sopra il villaggio dell'antica Eridu, dove fa un caldo insopportabile e dove io ho rovinato irrimediabilmente la mia camicetta di chiffon, con questi orrendi aloni di sudore sotto le ascelle?

P.: Volentieri. Durante lo scorso regime iracheno di Saddam Hussein, qui vi era una postazione antiaerea. Peccato che vi fosse anche un importante e ben noto sito archeologico!

M.: Naturalmente si saranno presi gli opportuni accorgimenti..

P.: Ma manco pe'gnente! Dell'archeologia, come può capire, in quel frangente non importava nulla a nessuno, tanto è vero che gli americani iniziarono subito a bombardare.

M.: Povera gente..chissà quanti morti!

P.: Ma chemmefrega! Io ero in ansia per il sito!

M.: MA PROFESSORE! LEI E' UN MOSTRO!

P.: Di cultura? Beh, modestamente.. Comunque non tutti i mali vengono per nuocere: durante l'attacco degli F-16 qualcosa si smosse sotto il terreno. Tavolette di argilla e pezzi di pece, insolitamente lisci, erano affiorati e si erano sparsi sotto il sole e la polvere.

M.: E per gli iracheni qualcuno fece qualcosa?

P.: Ahimé, sì.


M.: COME, AHIME'?

P.: Vede, noi studiosi ci eravamo stabiliti poco lontano, insieme ai nostri soldati, vicino alla ziqqurat di Ur, simbolo dell'antica capitale sumera. Pochi mesi prima, l'esercito di Saddam aveva trasformato anche questo luogo in una postazione antiaerea, ma, per fortuna, il tempio era sopravvissuto all'offensiva degli alleati. Però le operazioni umanitarie, gli sforzi per la ricostruzione, gli aiuti alla gente, la sorveglianza alle strutture superstiti e ai pozzi di petrolio, distraevano dalla nostra missione.

M.: ..e voglio ben vedere! 
 
P.: Ad ogni modo, dopo qualche tempo ci arrivarono finalmente sovvenzioni e, inoltre, anche  tra i militari c'erano esperti di archeologia, utilizzati per preparare le guardie irachene a combattere i tombaroli e pronti a coprirci le spalle e ad assisterci nella ricerca. 


M.: Tombaroli? In Irak?

P.: E pataccari! Pensi che un tale Totò El Latripp voleva vendermi una sfera di vetro con padre Pio sotto la neve spacciandola per l'icona di un'antica divinità! 

M.: Incredibile! Ma poi avete trovato qualcosa di interessante?

P.: Altro che interessante! Abbiamo fatto ritrovamenti straordinari! Prima è saltata fuori la pietra angolare di un tempio dedicato al dio Nanna, con un'iscrizione che ho personalmente decifrato.

M.: E cioè?

P.: "Dormi tranquillo e asciutto, che il dio Nanna assorbe tutto!"

M.: Fantastico! E poi?

P.: E poi fra le zolle del Dhi Qar prosciugate dal sole sono ricomparse le tavolette di argilla e i pezzi di pece, distribuiti dall'esplosione o forse anche da un cedimento del terreno. E proprio lì sopra c'erano ancora tracce di altre misteriosi iscrizioni!

M.: Dica, dica!

P.: Quei reperti testimoniavano che il sito di Eridu, conosciuto come "preistorico", in realtà ospitava opere scritte: testi storici, letterari, lessicali del periodo paleo-accadico, scritti di ogni tipo, persino nozioni di botanica e mineralogia, compiti scolastici e testi accademici dell'antichità. I pezzi di pece, invece, avevano conservato le iscrizioni agendo come un calco. In passato qualcuno aveva cercato di utilizzare le tavolette d'argilla come mattoni da costruzione, usando la pece come collante: le iscrizioni sono impresse "in negativo" sulla pece, e non è improbabile che possano servire a sostituire pezzi mancanti. 

M.: Ma è straordinario! E ci può offrire qualche esempio di ciò che è stato tradotto?

P.: Volentieri. Guardi questa tavoletta. Vede questi segni? 

M.: Allude a questi strani disegni che sembrano..

P.: Esatto! Sembrano proprio quello che sono! Questa è la prima pagina di una rivista trovata in quella che si presume essere stata la bottega di un barbiere..

M.: E quest'altra tavoletta?

P.: Ah, qui devo ammettere che mi coglie impreparato.. sembra una specie di vaticinio.. forse lo studio di un astrologo..

M.: Ma qui, esattamente, cosa c'è scritto?

P.: Non lo so..

M.: Suvvia Pippo, non sia reticente! Avanti: cosa c'è scritto?

P.: Mah.. sembrerebbe.. non so..

M.: COSA C'E' SCRITTO?

P.: Toro: avrete un incontro ardente con una assatanata della Vergine (di segno e di fatto). Non riuscirete a sfuggire alle sue bramosie. E' consigliata l'assunzione della Pozione Azzurra prima dell'incontro.

M.: PIPPO! AMORE! IO SONO (della) VERGINE! E TU SARAI IL MIO BEL TORELLO! IL NOSTRO INCONTRO ERA SCRITTO NELLE STELLE. VIENI QUI TRA LE MIE BRACCIA!

P.: Aiutooooooooooooo!!!!  Colleghi! Soldati! Aiuto! Datemi subito uno strappo su un HH-3F!

(Pippo si alza in volo, lasciando una delusa, ardente e sudata Ostentata, a sfogliare alcune tavolette di Ur 2000)

°°°
(..arrivederci al prossimo numero de L’Appuntanaso)

mercoledì 4 aprile 2012

PAROLE - FUGHE - Senza guscio


La osservo, in questa serata grigia di pioggia indecisa, di nuvole basse, di suole consumate che si sottraggono alle strade consuete. Osservo, restando ferma ai bordi della creusa, la limaccia, lumassa bousa, e relativizzo alla mia immobilità il suo moto. Procede impercettibile, implacabile e inconsapevole, neppure conscia di una precarietà che sa di eterno, nel suo riproporsi inevitabile. Trascorre l'orto, la strada e il tempo con costante lentezza, con sfuggente determinazione. Scivola viscida sulla scialba e sottile scia lasciata. Nulla difende il corpo molle e oblungo: flaccida nudità ondulante su muco vischioso. Nella viridità di erbe e muschi si inoltra, strisciando quieta. Oscuro è quanto nell'umidore si cela, ma rifugge luce e calore: appartiene alle sfumature della sera, alle ombre della notte, alle serene inquietudini del riposo altrui. Cerca, nel rezzo amico, polpa di piante generose e foglie che la sostentino e la proteggano. Si nasconde. Il necessario piacere dello sfuggire. La scelta obbligata. La sua natura. Ovvio riconoscersi in quel corpo indifeso, nudo di inconsistente vulnerabilità, nel suo scivolare invischiato del proprio umore. Immagini di un'infanzia di paese materializzano ombre di vecchi: ingoiano limacce vive, persuasi che la bava avrebbe sanato uno stomaco ulcerato di fatica e dolore. E poi un bambino: ginocchia, graffiate come le mie, affondano nella terra bagnata dopo il temporale. Nel piccolo pugno stringe sale. Si china sulla limaccia che spunta nell'erba. Una neve di infiniti cristalli si posa sul corpo scuro e molle, che ora si contorce, si asciuga, si spegne in un'agonia crudele, da cui scappo inorridita. E' celata, ora, al mio sguardo, inghiottita da un anfratto gentile. Resta di lei la scia d'argento, preziosa come le vite inutili. Insensato il mio restare immobile. Ma sento che il sale sta bruciando anche me.
Aglaja

domenica 1 aprile 2012

PAROLE - BOZZETTI - Nimrod




Lo notò per la prima volta una luminosa sera d'autunno.

In seguito non poté escludere che fosse stato presente anche in precedenza, ma si convinse che, proprio in quella bellissima serata - riscaldata da uno spettacolare tramonto infuocato, che si rifletteva sul monitor del suo portatile - ne avesse osservato l'inconsueta presenza.
In effetti, non le era mai capitato che un moscerino si posasse sul piccolo schermo del suo computer, senza svolazzare come tutti i bravi moscerini autunnali, ma quasi passeggiando incuriosito tra i caratteri neri delle parole che ella digitava.

Non gli prestò soverchia attenzione, sulle prime; al massimo, ricordò poi di aver provato un annoiato fastidio per quel puntino che si spostava da una lettera all'altra.
Forse, una o due volte cercò di cacciarlo soffiandolo via con delicatezza (non avrebbe mai fatto male a una mosca, figuriamoci ad un moscerino!), ma vanamente: ecco che ritornava a passeggiare tra i milioni di pixel dello schermo.

Incominciò a incuriosirsi dopo qualche sera. L'insettino sembrava incollato al suo monitor: non volava mai via di lì e camminava a sghimbescio, tra una parola e l'altra, con quelle sue sottili zampette nervose.

Sera dopo sera, lo osservava con sempre maggiore attenzione: ne studiò il corpo puntiforme, le aluzze quasi invisibili, le lunghe zampine stecchite. Cercò di individuarne gli occhi, ma era talmente minuscolo che non vi riuscì.

Attendeva, pian piano che passavano i giorni, di trovarne il cadaverino tra i tasti della tastiera, o appiccicato per sempre al vetro dello schermo.
Invano. Sembrava attenderla immobile, puntino senza significato su uno sfondo nero, ma poi, una volta illuminato dall'immenso occhio di bue di un desktop abbagliante di colori, ecco che il moscerino si animava e cominciava a percorrere, come saltellando, le immagini e i testi.

"Di che si nutrirà?" si chiedeva con materna sollecitudine. Dopo qualche settimana, arrivò al punto da sbriciolare cracker sulla scrivania, perché lui potesse alimentarsene. Lasciava un ditale colmo d'acqua accanto al mouse, perché potesse dissetarsi. Apparentemente, non fu mai toccato nulla.

"Cosa sto facendo?" si domandava, incredula di se stessa.

Lo stupore aumentò quando si sorprese a scrivergli una lettera. "Chi sei? Cosa fai nel mio computer? Perché sei qui?"
Fu certo una banale casualità quella che spinse il moscerino a muoversi con lentezza tra le parole della lettera, posandosi con studiata lentezza ora su una vocale, ora su una consonante, quasi come se stesse.. "..formando unaparola! Sta formando una parola, una frase!! S-O-N-O-Q-U-I-P-E-R-T-E 'Sono qui per te' Sei qui per me? Cosa vuoi?", domandò ad alta voce, ma non le rispose che il consueto silenzio della sua casa. "Devo essere impazzita" si vergognò tra sé e si andò velocemente a coricare.

Ma la sera seguente, ecco che di nuovo il suo moscerino si rianimò all'accendersi del computer. Ma dove stava durante il giorno? Possibile che si rifugiasse all'interno della macchina? Chissà in quali minuscoli pertugi si infilava, quali circuiti percorreva, in quanti fili si disbrogliava..

Decise di ritentare l'esperimento. Scrisse: "Cosa vuoi?" e, sotto, tutte le lettere dell'alfabeto. Attese qualche minuto e la sua pazienza fu premiata: piano piano, come studiando uno specifico percorso, l'insetto si spostava tra i caratteri, una o più volte, componendo infine una frase di senso compiuto: "Sei sicura di volerlo sapere?"
Lei trovò questa risposta irritante e vagamente minacciosa, quindi la ignorò, dandosi della matta, e riprese il suo lavoro. Non riusciva però a concentrarsi e, come la sera precedente, andò prima del solito a dormire.

Trascorse qualche giorno imponendosi di ignorare le mosse del moscerino: batteva furiosamente i tasti, concentrandosi su quanto andava scrivendo, non degnando di uno sguardo le nervose zampettine che solcavano, avanti e indietro, il monitor.

Infine non resistette e digitò: "Sì, lo voglio sapere!" e poi scrisse ancora una volta le lettere dell'alfabeto. Questa volta il moscerino compose una strana parola: "Nimrod". Che mai voleva dire? Nulla, senz'altro. La cosa, seppur la deludeva, d'altro canto la consolava: dopotutto era un semplice, innocuo insetto che casualmente si era posato su alcune lettere senza significato.

Alcune sere dopo, mentre stava redigendo un importante documento, sentì come se qualcuno la stesse osservando. Non c'era nessuno nella stanza, tranne lei e.."Il moscerino!" esclamò atterrita, notando per la prima volta un puntino
candido che spiccava sul nero del minuscolo corpicino. "Possibile che abbia un occhio solo?" si chiese. Ancora una volta digitò l'alfabeto e ancora una volta, muovendosi in quel modo strano, tutto a sghimbescio, le zampine formarono quella sconosciuta parola: "Nimrod".

"Ma che significa?" quell'occhio bianco pareva ora fissarla con scherno e il letto fu nuovamente la sua via di fuga.

Il giorno seguente si diede alla ricerca del significato di quel misterioso termine: era un nome. Lo trovò ad indicare un cd dei Green Day, un'operazione antiterrorismo dello Special Air Service britannico, una software house specializzata in emulazione software di attività umane al computer, il re che volle costruire la torre di Babele, il re assiro che.. si sentì svenire.
Aveva appena letto la traduzione di un brano di Muhammed ben Garir Tabari, storico arabo del IX secolo d.C., in cui si raccontava la fine del creatore di un grande impero: "Dio ispirò a un moscerino fra i più deboli, orbo d'un occhio e zoppo, di scendere dall'aere e posarsi sulle ginocchia di Nimrod. Costui tentò di colpire il moscerino, ma quello volò via, gli entrò nella narice, da lì risalì fino al cervello, e cominciò a mangiare. Nimrod si colpì la testa e il viso con le sue proprie mani. Ogni volta che la testa di Nimrod veniva colpita, il moscerino si fermava e non mangiava il cervello, così che quel principe aveva requie. Perciò, per diminuire i suoi dolori, bisognava dargli continuamente colpi sulla testa; appena si smetteva di colpirlo, il moscerino ricominciava a mangiare il cervello e Nimrod non aveva pace. C'era sempre una persona impegnata a colpire con qualcosa la testa di Nimrod, per procurargli un po' di sollievo. Quel principe ordinò che venisse forgiato un martello da fabbro, e i principi, i comandanti dell'armata, e i cortigiani più intimi, quei pochi rimasti vivi, prendevano quel martello e picchiavano sulla testa di Nimrod, alternandosi l'un l'altro. Più i colpi erano forti e violenti, più Nimrod era soddisfatto. Quando cominciò a provare il tormento del moscerino, Nimrod aveva regnato per mille anni; fino a quel giorno non aveva provato alcun male. Si dice che abbia vissuto ancora quattrocento anni, con quel moscerino che gli rodeva in continuazione il cervello; e ogni giorno degli uomini si alternarono per dargli martellate sulla testa. Dopo aver vissuto mille e quattrocento anni, Nimrod morì"
[Tabari, I profeti e i re. Una storia del mondo dalla creazione a Gesù (a cura di Sergio Noja), tr.it. S. Atzeni, Guanda, Parma 1993].

Tornata a casa, armata di una bomboletta di insetticida, si precipitò nel suo studio, accendendo con precauzione il suo portatile.

Il moscerino non era più sullo schermo!!!

Guardò con circospezione tra i tasti, sul mouse.
Nulla.

Allora cominciò a spruzzare insetticida come una pazza ovunque, negli altoparlanti, dalla ventola, in ogni pertugio del computer e della stanza.

Nulla: nessun ultimo fremito di ali o di zampine, nessun cadaverino stecchito.
Nulla, se non un'emicrania sempre più fastidiosa, sempre più forte, sempre più insostenibile.

Fu quella sera che iniziò a dare testate nel muro, così forti che i vicini, gli stessi che in vent'anni non l'avevano neppure mai salutata, allarmati chiamarono il 113.
Venne ricoverata in un centro di igiene mentale, dove si trova ancor oggi, intenta a colpirsi la testa appena la sorveglianza si allenta. Se interrogata, ripete ossessivamente una sola parola: "Nimrod, Nimrod, Nimrod!"

Aglaja

mercoledì 21 marzo 2012

PAROLE - FUGHE - La porta




Passava spesso in quel quartiere.
Non che dovesse farlo perchè di strada per il lavoro o perchè vi abitassero amici o conoscenti. Non vi era alcun bisogno di passare di lì. Neppure, che so, per un particolare scorcio panoramico, o per qualche artistico angolo esteticamente appagante. Non vi erano attrattive di alcun tipo, nemmeno negozi dalle vetrine accattivanti o dai prezzi concorrenziali. Insomma, un qualsiasi razionale e rassicurante motivo per deviare dal solito percorso e spingerlo ad andare completamente fuori dalle strade più familiari non c'era.

E perchè poi avrebbe dovuto esserci: almeno la libertà di camminare e perdersi nelle vie della sua città gli era pur concessa, sia pure con i limiti da lui stesso impietosamente imposti. A volte era convinto di essere il carceriere di sè medesimo, ma era sicuramente più comodo attribuire ad altri, o meglio alle sue responsabilità nei confronti degli altri, la necessità di trattenersi in un mondo penosamente sicuro, dove la rassicurazione reciproca era la farsa necessaria per sopravvivere.

D'inverno, quando le ombre violacee della sera accarezzavano prima quel dedalo di strade in cui trovava rifugio, attraversava a lunghi passi i maleodoranti vicoli e, nervoso, si spingeva dove muri di pietra erano ancora diroccati da lontani bombardamenti, dove l'ortica spuntava da ciottoli antichi, dove voci parlavano con accenti sconosciuti e, improvvisamente, si alzavano in incomprensibili 'crescendo' sonori, del tutto indecifrabili nella loro valenza emotiva.

Eppure non aveva paura. E di cosa, del resto? Di essere aggredito, derubato, importunato?

Impossibile.

Si sentiva sicuro nella propria invisibilità, nel suo essere gregario, che, ne era certo, erano l'arma migliore per sfuggire a domande indiscrete, a ruoli che sentiva insopportabili per la propria superba inadeguatezza, a richieste di un suo coinvolgimento - non solo cerebrale - che gli era ormai impossibile.

Impossibile.
Ancora quella parola. La chiave della sua vita.

Impossibile.

La definizione perfetta per le sue giornate insensate, per i suoi pensieri, per quei desideri che aveva imparato a non ascoltare più perchè stupidi, perchè impossibili.

E così camminava, naso all'aria, aggrappandosi furtivo alle vite altrui che pulsavano dalle finestre illuminate. Immaginava, da naufrago quale si sentiva, di seguire le stelle anche quando il cielo era coperto da nubi pesanti, che riflettevano le luci artificiali della città. Nel suo delirio erano state le stelle, la prima volta, a condurlo proprio lì, da quella che, da mesi, era diventata la sua meta quotidiana: una porta.

Una porta grande, che forse avrebbe potuto essere definita un portone, anche se non ne aveva il dignitoso aspetto. Una porta ad una sola anta, un tempo verde scuro, come si comprendeva da vecchie tracce di vernice, sopravvissute allo scrostamento meteo-cronologico. Non vi erano insegne, né campanelli, né etichette, nulla che potesse dare un'indicazione su ciò cui la porta un tempo si apriva. Il muro dove si trovava era, una volta, la facciata di una casa, una di quelle spazzate via da qualche guerra e mai più ricostruite, una parte di quelle macerie vergognose lasciate a monumento dell'incuria e dello smemorato trascorrere degli anni. I resti di un marciapiede sfondato si mescolavano alla polvere di un terreno non asfaltato, dove rari passanti lascivano le impronte di un frettoloso andare.

La prima volta che vi si era trovato davanti, si era fermato bruscamente, sbattendo le palpebre, come ridestandosi dal consueto torpore del suo divagare, quasi avesse riconosciuto in quella porta la destinazione finale di un'inconsapevole rotta.

Si appoggiava a quell'anta scrostata e, come un passante colto da improvvisa stanchezza, chiudeva gli occhi, lasciava le spalle incurvarsi, abbandonandosi a quella fantasia repressa che ora gli scintillava immagini improbabili, eppure per lui plausibilissime.
Cosa c'era dietro quella porta? Una cantina? Chissà quali resti di quale passato di quali persone conservava, avvolte nella muffa e nelle ragnatele.. Certamente erano gli occhi rossi e lucenti dei topi che li custodivano divorandoli, ad assistere al loro provocato ed ammonente disfacimento.

E se fosse stato l'ingresso di uno scagno? Un ufficio che forse si trovava in fondo ad alcuni gradini d'ardesia, consumati dai passi strascinati di commessi e clienti, che lì trattavano affari per un attimo importantissimi, fondamentali nel nulla che sarebbero divenuti, nella polvere che avrebbe ricoperto incartamenti ingialliti, macchiati di umidità e postuma insensatezza.

Magari, invece, dietro la porta si trovavano ancora il bancone di legno, dal piano di marmo screziato, di una vecchia osteria, scaffali ormai vuoti delle bottiglie e dei fiaschi dove finivano sogni e salari di poco valore, amarezze e delusioni trattenute sotto palpebre pesanti, speranze strette in mani ruvide e callose, tenere di una carezza mai data né ricevuta.

O, forse, quella porta si apriva su un cortile grande, senza aiuole o pretenziosi gazebo, solo un cortile un po' polveroso, con vie di passaggio a ingressi interni, a scale di ferro arrugginito che portavano a disponibili entrate di case di ringhiera, i cui odori e voci rassicuranti richiamavano i monelli che giuocavano dabbasso.

Tutto questo, comunque, aveva poca importanza.

Il naufrago che si appoggiava a quella porta vedendovi oltre, sentiva *adesso* - in quegli stessi istanti nei quali sostava inquieto, passando le dita su quel legno, incurante delle schegge che lo ferivano - sentiva, dunque, che quello sarebbe stato il passaggio definitivo, la via di fuga imprevista che lo aveva atteso, che pazientemente aveva aspettato la sua consapevolezza, il ritrovamento dovuto di se stesso, la fine dello smarrimento che lo aveva portato a fingere di essere vivo.

Aveva avuto bisogno di molti pomeriggi, di innumerevoli divagazioni dal quotidiano percorso, nonché dalla consueta recita ad uso altrui, ma ora sapeva che ciò che quella sera stava per fare doveva accadere, per forza, per necessità.

Quella sera non si sarebbe limitato ad appoggiarsi alla porta, ad accarezzarla.

Quella sera l'avrebbe violata, forzata, spalancata, certo fosse questo il gesto necessario, il lasciapassare per capire, per trovare la soluzione, per vedere ancora la luce.

Non sapeva cosa avrebbe trovato: mentre velocemente si approssimava alla meta, passava da uno stato quasi febbrile, dove le domande si affastellavano in scene previste e temute, ad uno dove la speranza di un sé finalmente appagato e libero, lo colmava di una gioia dolorosa, persino devastante nella sua intensità.

Eccola, la porta.

Sapeva che sarebbe bastata una spinta un po' energica per aprirla. Già le sere precedenti, mentre vi si appoggiava, l'aveva sentita cedere sotto il suo peso. Poggiò entrambe le palme delle mani e spinse, spinse, spinse ancora, con la forza della disperazione e delle lacrime che aveva per troppi anni trattenuto.

La porta cedette e cigolò stridula sui cardini arrugginiti.
Gli si svelò piano, pietosa, aprendosi sul nulla che aveva protetto per anni.

Nulla.

Non c'era nulla dietro, se non altre macerie. Come la propria vita, da cui non poteva fuggire.

                                                                                                                                                       Aglaja